Rinfrancati dalla certezza che la giornata del bergamino è scandita anche da una seconda mungitura che avviene nelle ore pomeridiane e bypassata con un sospiro di sollievo la levataccia al sorgere del sole, l’arrivo nell’alpeggio di Ferdy Quarteroni si traduce in una agile e piacevolissima passeggiata nel cuore delle Alpi Orobie. Certo, il nome del luogo che ospita l’alpeggio di Ferdy non è esattamente rassicurante (si tratta della Valle d’Inferno), ma il contorno paesaggistico è da sogno e la giornata prende il via con uno squarcio di cielo che invita all’escursione. Qui, abbandonata l’automobile nei pressi del paese di Ornica e raggiunta l’altezza di 1400 e rotti metri sul livello del mare, la realtà cittadina cui si è abituati diventa subito un ricordo lontano e le priorità della vita, quella di ogni giorno, sono ben altre. Inutile dire che ce ne rendiamo conto nel giro di pochi attimi.

Ferdy al nostro arrivo esce dalla baita che ospita la caldaia, ovvero il recipiente solitamente di acciaio o di rame che serve per le fasi di lavorazione del latte, e si dirige spedito verso un asse di legno appesa a un muro e dalla quale proviene il suono di un telefono. “Scusate” dice trafelato quasi senza badare a noi “ma questo è l’unico punto qui intorno dove ricevo un segnale. E devo fare in fretta perché non posso staccarmi dalla caldaia, altrimenti il latte che sto girando si rovina”. Questo è l’unico contatto con il mondo esterno che il ruvido Ferdy Quarteroni si concede, e che in qualche modo lo distingue dagli antichi bergamini, fatta eccezione per i brevi scambi di battute con gli sporadici escursionisti di passaggio o i cercatori di funghi. Poi c’è anche la jeep, certo, perché alcuni lavori non si possono più fare come una volta e anche solo i formaggi si fa prima a portarli in paese con una macchina a disposizione e non a dorso di mulo come accadeva agli inizi del secolo scorso. Per il resto la dinamica del lavoro e la fatica sono più o meno le stesse, così come la schiettezza propria della gente di montagna. Lo sguardo fiero accompagna sempre ogni affermazione e le frasi diventano sentenze inappellabili che passano da un misto di malinconia e, a volte, di rabbia per il mondo che cambia o per i valori di un tempo che vengono meno, alla gioia di un lavoro ben fatto e di un formaggio che prende forma nello spazio di una mattinata.

A me piace questa vita – racconta senza indugi – qui ci sono nato e mi ci ritrovo. Per me non è uno sfizio romantico dettato da ripensamenti esistenziali o da cambi repentini. Credo da sempre in quello che faccio e provo il più possibile a mantenere vive le tradizioni di un tempo. Adesso va molto di moda riflettere sulla propria esistenza, riconsiderare il ritorno a una vita più salubre e vicina alla natura, forse un po’ anche a causa del contagio di quest’anno, ma per me non è cambiato quasi nulla. Durante il periodo peggiore del Covid io ho continuato a preparare forme di formaggio anche se tutti intorno a me avevano i negozi con le serrande abbassate e restavano chiusi nelle case”.

Ferdy nella sua baita d’alpeggio ormai da tre lustri produce Formai de Mut mantenendo un legame strettissimo con la tradizione casearia delle Orobie, senza avvalersi di fermenti aggiuntivi, alimentando le mucche di razza Bruno Alpina originale con la sola erba del pascolo e mungendole personalmente a mano. Infine lavorando il latte sempre in prima persona. Perfino molte delle fascere dove viene pressata la cagliata (e poi lasciata a sgocciolare) sono realizzate in legni antichi e hanno sulle spalle diversi decenni di onorata carriera. “Guarda come è bella – dice Ferdy osservandola con gli occhi lucidi – toccala. Non ne fanno più come queste e dalla fascera dipende la parte laterale del formaggio, ovvero lo scalzo. Con l’altezza della forma che può essere dritta ma anche concava o convessa”.

L’alpeggio del Ferdy è davvero un mondo a parte, dove la natura ha quasi sempre il sopravvento, anche perché non si fa niente per rendere agevole l’arrivo degli ospiti nella loro sosta. “Qui io intervengo il meno possibile – ci racconta Ferdy – non aggiusto la strada d’accesso, che rimane una carrareccia di montagna, e non lavoro il pascolo. Chi arriva all’alpeggio e vuole fermarsi sa che può vivere un momento unico di turismo esperienziale, dove però l’ospite è a mia completa disposizione e non il contrario. Può fermarsi a dormire, visto che ci sono alcuni posti letto, ma deve aiutare o in cucina o nelle diverse attività indispensabili qui in baita. Sin da quando ho aperto l’alpeggio c’è sempre stata l’idea di valorizzare la didattica rivolta ai più piccoli, alle nuove generazioni. Che poi sono gli aiutanti più preziosi e curiosi, perché sono quelli che spesso non fanno neanche troppe domande ma lavorano sodo e imparano sul campo”.